COME BAMBINI

 
 Photo by  Kat J  on  Unsplash

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    Non ne ricordava nemmeno il nome. Per lui era solo colui che gli aveva voluto bene, che l’aveva preso in braccio accarezzandolo, mentre sgridava i suoi discepoli perché non volevano che quella banda di ragazzini gli ronzasse intorno. Ai bambini i nomi importano poco. Gli importava, invece, che l’avesse preso in braccio, scegliendo proprio lui fra tutti i compagni di giochi. Se l’era seduto sulle gambe come suo padre non aveva mai fatto. Il piccolo viso così vicino al suo, lo sguardo stupito di bambino perso in quegli occhi. Non ne ricordava il nome, ma il suo sorriso l’aveva stampato nella memoria e nel cuore: nessuno gli aveva mai sorriso così, nemmeno sua madre, nemmeno suo padre.
    Quando sentì pronunciare quel nome, tuttavia, gli fu subito chiaro che si trattava di quell’uomo e si ricordò di quando, indicando proprio lui in braccio, aveva detto ai suoi discepoli: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Non aveva detto “andatevene che mi scocciate con tutti i vostri strilli.” Aveva detto: “Lasciateli, perché dovete essere come loro, come bambini, altrimenti non entrerete.”
Lui non aveva capito, lui era un bambino, ma si era goduto lo sguardo mortificato dei discepoli mentre accoglieva le sue carezze, fino all’ultimo istante, quando era tornato a giocare con i suoi amici e non lo aveva rivisto più.

    “Stanno crocifiggendo Gesù di Nazareth!”. Riconobbe il nome emerso dalla memoria e raggelò. Si chiese come fosse possibile che qualcuno desiderasse uccidere un uomo così buono. Era stato così gentile con lui, non poteva essere un malfattore. La croce la portavano solo i malfattori, pensò rattristato.
Fu allora che decise di andare a vedere.
    “Dove vai piccolo?” lo fermò sua madre sulla soglia.
    “Vado a vedere”, rispose come se fosse stata la cosa più logica del mondo che un bimbo della sua età andasse ad assistere a un’esecuzione.
    “Non è roba da bambini!”
    “Ma io voglio vederlo, quell’uomo è stato così buono con me!”
    “Niente da fare, le crocifissioni sono cose da grandi!”
Lui la guardò sempre più sbalordito che non capisse, restando interdetto sulla soglia di casa per un istante. Poi scattò fuori deciso, correndo così forte da non sentire nemmeno la madre che gli urlava minacciosa di tornare indietro.
    Sgattaiolò lungo i vicoli che salivano al Golgota, dove venivano eseguite le sentenze di morte. Persino il nome di quel posto gli aveva sempre fatto paura e se n’era sempre tenuto alla larga. Ma quella volta no, correva come non mai, col piccolo cuore che gli batteva forte e i piedi nudi sulle pietre.
    Arrivò alla fine della salita e si trovò di fronte a un muro di folla urlante. Non riusciva a vedere niente. Sentiva la gente maledire, imprecare, farsi beffe dei condannati.
D’istinto decise di intrufolarsi fra le persone che, prese dal tumulto, nemmeno si accorgevano di lui che passava sotto le loro gambe fra le vesti, svelto come una bestiola.
Finalmente giunse alla fine di quella folla e gli si spalancò davanti la scena a cui non avrebbe mai voluto assistere: tre croci, sui cui erano inchiodati tre uomini, svettavano contro il cielo bianco del pomeriggio. Non fece nemmeno in tempo a rendersi conto dell’orrore che quella scena gli provocava, quando si sentì afferrare forte per un braccio e avvertì un dolore lancinante: era una guardia romana che lo strattonava.    
    “Tu non puoi stare qui, i bambini non possono stare qui! Vattene a casa da tua madre, ragazzino!”
    Sentì tutto il disprezzo di quell’uomo ma la fitta al braccio lo spinse a divincolarsi come un pesce, fuggendo di corsa verso la sommità del promontorio dove si trovavano le croci.
    “Fermati ragazzino!”
Nemmeno questa volta sentì chi gli intimava di tornare indietro e corse sempre più veloce verso i  legni incrociati. Mentre correva guardava in alto a quegli uomini appesi, senza riconoscere colui che cercava.
D’un tratto notò il volto di quell’uomo tumefatto e sfigurato: non sembrava più lo stesso che l’aveva accarezzato amorevolmente quel giorno. Da quella maschera di sangue si aprirono per un attimo le fessure degli occhi e solo allora lo riconobbe. Riconobbe lo sguardo. Non era rimasto nient’altro di lui se non lo sguardo, il medesimo sguardo che non aveva più dimenticato e che da quella prima volta avrebbe voluto ritrovare in sua madre, in suo padre, nei suoi fratelli.

    Arrivò sotto alla croce che stava al centro e guardò in alto di nuovo, con la sua incoscienza di fanciullo di fronte a un abominio. Gli sembrò per un istante che quell’uomo gli sorridesse appena, guardando proprio lui, come se l’avesse riconosciuto. Forse se lo stava immaginando, non era possibile. Quell’uomo stava morendo, era pieno di sangue ovunque, ferito, inchiodato a quella croce, col capo chino di chi non ha più forze. Non era possibile che stesse sorridendo proprio a lui.
Poi abbassò gli occhi e si accorse delle donne. Ai piedi della croce stavano, come lui, due donne e un giovane uomo. Non li conosceva ma comprese subito, dai solchi profondi della lacrime sui loro volti, che erano i suoi cari.
La donna più anziana, affranta e con il volto nascosto fra le vesti, avvertì la sua presenza e, alzando il capo, non mostrò alcun segno di stupore, come se fosse normale che un bambino della sua età si trovasse lì in quel momento. Lo scrutò e anche lei gli sorrise, come per dirgli che non era niente, che tutto sarebbe passato, di non preoccuparsi, di non avere paura, come si fa con i bambini per proteggerli da qualcosa di brutto, per non abbandonarli. Si avvicinò alla donna e potè vedere il suo volto da vicino, riuscendo quasi a contare le lacrime che le scendevano dagli occhi accorati. Eppure gli stava sorridendo.
    Avrebbe voluto chiederle perché stavano uccidendo suo figlio che era stato così buono con lui. Avrebbe voluto urlare a tutta quella gente di andarsene, che non era giusto, che era tutto sbagliato. Avrebbe desiderato chiamare il suo papà che lo aiutasse a tirarlo giù da quella croce. Avrebbe desiderato essere ancora fra le sue braccia, seduto sulle sue ginocchia, guardarlo.
Invece non poteva fare niente di tutto questo, lui era un bambino e i bambini non avrebbero nemmeno dovuto stare lì. I bambini non possono vedere certe cose. I bambini piangono quando hanno paura, eppure lui non sentiva timore.
    “Lasciate che i bambini vengano a me.”
Si fece coraggio e, alzando esitante la manina quasi per paura di farle male, le accarezzò dolcemente il volto, come solo i bambini sanno fare quando accarezzano le loro mamme. Lei ricambiò teneramente.
Solo allora il ragazzino si arrese al pianto, abbandonandosi fra le braccia della donna, mentre il cielo si rabbuiava sopra di loro.
    “Lasciate che i bambini vengano a me.”